Chi siamo [chie semus - ca' semmu]

 

Fino a poco tempo fa parlare di Sassari e folklore sardo sembrava quasi una forzatura, considerando la città priva di costume, lingua e usanze “conformi” che ne caratterizzassero appunto l’appartenenza a pieno titolo alla comunità isolana, ignorando tra l’altro il fatto che il suo tessuto sociale è composto a stragrande maggioranza dai cosiddetti “accudiddi” di prima o seconda generazione di provenienza prevalentemente logudorese e quindi sarda in senso stretto.

L’accezione negativa con cui questo termine viene solitamente usato non trova riscontro nell’innegabile apporto che ha consentito la crescita economica e culturale della città. Rifiutando così il luogo comune che riduce la cultura sassarese a “mirinzane in forru”, “ciogga minudda” e “vainnorammara”, senza rinnegare nulla del peculiare spirito “cionfraiolo” e “impiccababbu”, vogliamo ora riannodare il legame con le radici sarde, allentato nei secoli soprattutto linguisticamente, dalla dominazione pisano-genovese in poi.

Dopo un tentativo di “S’Iscola Sarda” di “Zampa” Marras risalente a diversi lustri fa, affossato da un’ostile campagna di stampa orchestrata da Aldo Cesaraccio sulla Nuova Sardegna, nel 2001 nasce un progetto con la finalità di promuovere la riscoperta e la divulgazione del costume e delle tradizioni di Sassari.

Il lavoro che ha coinvolto diversi studiosi e appassionati, ha portato alla ricostruzione, sulla base della documentazione iconografica esistente, di diverse fogge, sia maschili che femminili, dell’antico vestiario della città, presentate ufficialmente nel Natale del 2002.

Vengono quindi costituiti i primi Gruppi Folk che iniziano ad apparire in pubblico, istituzionalizzando la loro presenza alle manifestazioni folkloristiche più importanti dell’isola; in seguito i gruppi si consolidano esibendosi abitualmente in feste, rassegne e trasmissioni televisive, in Italia e all’estero, eseguendo i balli tradizionali dell’area logudorese di riferimento.

Se è vero infatti che si è persa memoria di balli peculiari del luogo, non per questo è condivisibile la teoria secondo cui Sassari non avesse costumi propri e non si ballassero balli diffusi peraltro in tutta l’isola, ma soprattutto nelle zone limitrofe.

Fantasticare su una Sassari dei secoli scorsi come un contesto avulso dal resto della Sardegna, in cui si parlasse solo un dialetto italiano e si vestisse alla spagnola o alla piemontese, è soltanto esercizio ozioso che non trova riscontro logico e storico. Gettato quindi il seme su un terreno piuttosto arido, grazie a queste iniziative, pur tra qualche resistenza e ostilità residua, germoglia ora nel capoluogo turritano una nuova coscienza e spirito identitario.

Non di soli Candelieri vive la tradizione: pur identificandoci in quello spirito, abbiamo dimostrato che ballo e canto sardo non ci sono estranei come qualcuno vorrebbe far credere, spacciando invece le “tarantellate” importate e in voga da qualche decennio a questa parte, come prodotto autenticamente e genuinamente sassarese.

Lo stesso proliferare di nuove associazioni, nate da diaspore interne ai gruppi originari o spontaneamente, pur non sempre all’altezza nella rigorosità del costume o tecnicamente nel ballo, sta a testimoniare che comunque la sfida di riportare (dal punto di vista della tradizione) Sassari in Sardegna, è pienamente riuscita.

Sandro Nuvoli